di Giovanni Sapucci

Il Centro Educativo Italo Svizzero – CEIS – di Rimini è una istituzione educativa che ha iniziato le proprie attività il 1° maggio 1946 per iniziativa del Comune di Rimini, del “Dono Svizzero per le vittime di guerra” e del Soccorso Operaio Svizzero come intervento di aiuto all’infanzia gravemente colpita dagli eventi bellici della seconda guerra mondiale (oltre l’80% delle abitazioni di Rimini erano state distrutte o gravemente danneggiate dai bombardamenti sulla città), Quindi un intervento di aiuto nell’emergenza, ma con chiari obiettivi e connotati educativi. Il progetto del villaggio viene messo a punto dall’architetto Felice Schwarz e da Margherita Zoebeli che ne sarà l’animatrice fino alla sua morte il 25 febbraio 1996.

Pur essendo nato come un intervento che doveva avere una durata di pochi anni, fino al permanere dell’emergenza educativa nell’immediato secondo dopoguerra, la sua progettazione e realizzazione lo delineava, già prima di nascere, come un Villaggio educativo dove la stretta continuità fra ambienti interni ed ambienti esterni è un elemento costitutivo.

Margherita Zoebeli, in una intervista nel 1990, ricordando la nascita del Villaggio, diceva:

Le mie preoccupazioni non erano rivolte solo agli ambienti interni, anzi conoscendo bene i tempi lunghi della natura, avevo fretta di piantare gli alberi, tanti alberi, per far nascere da quel terreno spoglio un giardino …. una scuola è qualcosa di vivo che tiene insieme bambini e adulti, perciò l’ambito che li unisce, lo spazio, dev’essere comunitario per facilitare la vita collettiva. […] Lo spazio deve essere pensato e costruito in tutte le sue articolazioni in modo da poter consentire sia una fruizione individuale che una collettiva, condizionando positivamente le persone che vi abitano, verso l’iniziativa e la partecipazione […]. Nell’insieme del Villaggio doveva essere presente uno spazio collettivo accanto a spazi specifici destinati a piccoli gruppi. […] Lo spazio dev’essere stimolante per il bambino, deve portarlo nel regno della fantasia, permettergli di fare molteplici esperienze: motorie, affettive, estetiche, sociali. Il nostro giardino ha la caratteristica di presentare scorci visuali completamente diversi a seconda del punto di osservazione; […] per quanto l’area sia relativamente piccola, gli stimoli, le impressioni, le possibilità di fruizione che ogni bambino trova nel giardino del Villaggio sono molteplici e variegate. Una ricchezza che affiora prima di tutto nel gioco[1]1.

Una idea di spazio educativo decisamente rivoluzionaria per la Rimini dell’immediato dopoguerra dominata da preoccupazioni molto più stringenti, Felix Schwarz in una recente intervista ricordando il momento di costruzione del Villaggio, dice:

 … sin dall’inizio ho fatto un progetto includendo il verde, cosa che ai riminesi sembrava assurda. Non capivano perché volessimo fare anche un “parco”, giardino per noi. Era estremamente difficile procurare le piante. I primi alberi erano pioppi che crescono velocemente, poi arrivarono gli aceri [2].

Nel progetto originario del Villaggio la disposizione delle casette, l’articolazione degli spazi sono

…progettati in modo da facilitare il libero incontro di persone e di gruppi, come pure il ritrovarsi con sé stessi e l’espressione della propria individualità. L’ambiente del Ceis, e in particolare il giardino, che collega armoniosamente le diverse strutture, rendono vivo il senso della comunità e fanno apprezzare l’ambiente naturale sotto il profilo conoscitivo ed estetico, ma anche nel suo significato sociale, come un bene comune[3].

Da queste poche parole si coglie come il Ceis già al suo sorgere si proponesse come una esperienza educativa inusuale ed innovativa proprio a partire dal suo rapporto con l’ambiente in cui sono collocate le aule scolastiche. Un rapporto che colpisce immediatamente ancora oggi i molti visitatori, anche occasionali, provenienti da tutto il mondo.

Un visitatore non occasionale è stato Loris Malaguzzi, il quale ricordava il suo primo incontro (ne seguirono molti altri negli anni successivi), nei primi anni Cinquanta, dicendo:

L’impressione forte e immediata – cercando di mettere insieme le immagini, le parole, le parti, i materiali, le funzioni, le case di legno, la casa in muratura, il padiglione degli uffici e della direzione, la sala di ricevimento, gli alberi, le aiuole, i sentieri, le siepi, il perdersi e il ritrovarsi degli spazi, fu soprattutto il prendere coscienza di quanto il pensiero avesse lavorato prima di trasformarsi nella forma di un Villaggio e di un’impresa educativa [4].

Ancora oggi, se possibile con ancora maggiore convinzione, il progetto educativo del Ceis pone al centro della sua azione concreta il valore educativo dell’organizzazione degli spazi interni ed esterni. Ne è conferma, fra gli altri, l’attuale configurazione spaziale rimasta sostanzialmente identica al progetto originario, quale contenitore di un progetto educativo e formativo che si è costantemente rinnovato in rapporto ai processi di cambiamento socio-culturali, mantenendo come costanti gli ideali e i valori originari.

Il Ceis è costantemente curato e aggiornato pensando ai bisogni dei bambini, affinché tutti gli spazi siano a loro misura, dove ognuno possa viverci con il piacere di starci e con la possibilità di fare molteplici esperienze come fattori di crescita e sviluppo cognitivo, emotivo, sociale. L’organizzazione degli spazi e degli ambienti costituisce, in questa particolare esperienza educativa e scolastica, un vero e proprio strumento di educazione indiretta. Il giardino del Villaggio è considerato dagli insegnanti e dai bambini come una vera e propria aula all’aperto.


[1] AA.VV., Una scuola una città. Il Centro Educativo Italo Svizzero di Rimini. Marsilio Editore, Venezia 1991.

[2] AA.VV., Lo spazio che educa. Il Centro Educativo Italo Svizzero di Rimini. Marsilio Editore, Venezia 2012.

[3] Gastone Tassinari, Il Ceis un esempio di educazione attiva, in AA.VV., Memoria come futuro. Cinquant’anni di vita del CEIS, Maggioli editore, Rimini 1996.

[4] AA.VV., Una scuola una città. Op.cit.